Più di 250 persone provenienti da oltre 20 Paesi. Lingue diverse, culture, abitudini e tradizioni che si incontrano e, per qualche giorno, condividono gli stessi luoghi, gli stessi temi e la stessa esperienza. È questa l’immagine con cui venerdì 18 settembre si è aperta a Cremona una nuova giornata di “Grano, farina e…”, l’evento internazionale di Ocrim.
Un autentico melting pot che quest’anno ha avuto come cornice la città di Cremona e che, nel corso del venerdì, ha attraversato luoghi e dimensioni differenti: dalla conoscenza scientifica alla cultura alimentare, dall’agricoltura alla tecnologia molitoria, fino ad arrivare all’industria, al territorio e a una nuova pagina della storia di Ocrim.
La mattinata ha preso il via presso il Campus di Cremona del Politecnico di Milano, dove Stefano Mazzini – Direttore Commerciale, Comunicazione & Marketing di Ocrim- ha aperto i lavori prima di lasciare la parola all’amministratore delegato di Ocrim, Alberto Antolini.




Ed è stato proprio lui a introdurre una parola apparentemente insolita nel vocabolario di un’impresa: “piccolo”.
In un contesto industriale in cui l’attenzione tende naturalmente a concentrarsi sui grandi impianti e sui risultati più visibili, il suo intervento ha scelto di guardare altrove: al patrimonio di competenze che si nasconde dietro ogni realizzazione Ocrim. Lavorazioni specialistiche, conoscenze maturate nel tempo e capacità tecniche che l’azienda considera parte integrante del proprio modo di produrre e che, proprio per questo, ha scelto di continuare a presidiare direttamente.
Nel racconto di Alberto Antolini, il “piccolo” è diventato così una chiave per entrare nella dimensione meno evidente della produzione: quella fatta di lavorazioni che richiedono esperienza, precisione e, in alcuni casi, soluzioni costruite per rispondere a esigenze estremamente specifiche. Un patrimonio manifatturiero che continua a trovare spazio nello stabilimento SACMS di San Marino, dove vengono realizzati componenti fondamentali destinati agli impianti Ocrim. Non una dimensione secondaria, dunque, ma una parte integrante di un sistema produttivo nel quale ogni elemento concorre alla qualità del risultato finale.
Il suo intervento ha richiamato anche una precisa scelta industriale: conservare internamente competenze e lavorazioni considerate strategiche, invece di affidarle completamente all’esterno. Una decisione che negli anni ha permesso di mantenere un rapporto diretto con il sapere tecnico e manifatturiero che accompagna la costruzione delle macchine e degli impianti.
Una prospettiva che invita, in fondo, a cambiare scala di osservazione. Perché dietro un grande impianto ci sono dettagli, lavorazioni, persone e competenze specialistiche che difficilmente conquistano il primo piano, ma che contribuiscono a determinarne il valore complessivo.


Dal “piccolo” lo sguardo si è poi spostato verso un altro scenario. Federico Vecchioni, presidente esecutivo di BF S.p.A. e CEO di BF International, ha portato infatti il pubblico nella dimensione agricola, economica e geopolitica delle filiere, mettendo al centro una risorsa primaria: la terra. Il suo intervento ha allargato la prospettiva dalla realtà industriale al futuro della produzione agricola.
Nelle sue parole, la disponibilità di terra coltivabile è emersa come un elemento sempre più rilevante per il futuro delle economie e delle filiere agroalimentari. Ma proteggere questo patrimonio significa anche creare le condizioni perché continui a essere conosciuto, lavorato e gestito con competenza. Da qui il richiamo alle nuove generazioni e alla formazione di professionalità capaci di leggere la filiera nel suo insieme. In questa direzione si inserisce anche la scuola di alta formazione dedicata alla Agri Tech, nata per preparare figure professionali dotate di una conoscenza più completa e trasversale della filiera agroindustriale. Prospettive importanti che si sono estese oltre i confini italiani con l’annuncio dell’inaugurazione, prevista per novembre, della prima Model Farm africana del gruppo nella Repubblica del Congo.
Dopo il suo intervento è stata la volta del sindaco di Cremona Andrea Virgilio per il saluto della città.
Anche in questo caso il cibo è diventato il punto di partenza per una riflessione più ampia. Attraverso il pane, Andrea Virgilio ha richiamato la relazione fra gli elementi della natura, il sapere umano e il lavoro che rendono possibile la nascita di un alimento tanto quotidiano quanto carico di significati. Da qui il passaggio alla sostenibilità, letta attraverso aspetti che devono procedere insieme: il benessere delle persone, l’equilibrio degli ecosistemi, la solidità economica e la qualità del lavoro. Nelle sue parole ha trovato spazio anche il legame tra impresa e città, richiamato attraverso l’impegno di Ocrim per il recupero della chiesa di San Girolamo.




Il cibo racconta chi siamo
Alle 11, la mattinata è entrata nel cuore della conferenza “Alimentazione e qualità nutrizionale: il contributo dell’industria molitoria”, presentata e moderata da Eloisa Martino, del Dipartimento Comunicazione e Marketing di Ocrim.
Prima di entrare nella dimensione scientifica e tecnologica, la sua riflessione è partita dall’uomo. Mangiare non significa soltanto nutrirsi: il cibo parla delle nostre origini, tramanda tradizioni, crea appartenenza e costruisce relazioni. È un linguaggio attraverso il quale raccontiamo chi siamo, come testimonia la sua presenza costante nella letteratura, nell’arte e nel cinema.
Un legame evocato attraverso il pensiero di Jean Anthelme Brillat-Savarin e Ludwig Feuerbach e sintetizzato in un concetto: il cibo è un atto culturale e identitario. E se ciò che mangiamo contribuisce a definire chi siamo, comprendere come nasce un alimento sano e sicuro, dalle materie prime ai processi che le trasformano, diventa una responsabilità che riguarda tutti.
Da questa consapevolezza ha preso forma il percorso della conferenza.


Dalla nutrizione alla trasformazione
Il primo contributo, affidato a Sara Boussetta, dottoranda di ricerca del Dipartimento di Sanità Pubblica e Stili di Vita dell’Università di Pavia, ha affrontato “Le basi scientifiche di una sana alimentazione”, mostrando come lo stato di salute delle persone non possa essere considerato separatamente dalle grandi trasformazioni ambientali e sociali contemporanee. In questa prospettiva ha introdotto il concetto di “sindemia globale” e richiamato il valore della dieta mediterranea nell’ambito degli studi dedicati ai modelli alimentari.
A seguire, Ilva Licaj, del Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università degli Studi del Sannio, ha approfondito “Cereali, legumi e derivati: ruolo e percezioni nell’alimentazione moderna”, soffermandosi anche sulla complementarità nutrizionale fra cereali e legumi. Il suo contributo ha mostrato come le due categorie alimentari possano integrarsi dal punto di vista nutrizionale, anche grazie al diverso apporto di amminoacidi essenziali. Un’occasione per riportare l’attenzione sul valore di alimenti profondamente radicati nella nostra cultura alimentare e sul ruolo che possono continuare a svolgere nell’alimentazione contemporanea.
Dalle caratteristiche nutrizionali degli alimenti, il percorso è quindi entrato nella dimensione industriale della filiera. Fabio Bressan, Tecnico Senior Sima/Ocrim, ha affrontato la “Conservazione delle materie prime a supporto della qualità alimentare”, illustrando il ruolo decisivo dello stoccaggio nel mantenimento delle condizioni della materia prima. Conservare correttamente il cereale significa infatti monitorarne nel tempo l’evoluzione e intervenire sui principali fattori che possono comprometterne la qualità prima della successiva trasformazione.
A completare il percorso è stato Marco Galli, direttore del Dipartimento Tecnologico di Ocrim e della International School of Milling Technology, con “Dalla selezione sementi alla trasformazione: il modo per ottenere un prodotto più sano”. Il suo intervento ha portato la riflessione nel cuore della trasformazione molitoria, dove le scelte tecnologiche incidono sulla sicurezza, sulla qualità e sulle caratteristiche del prodotto finale.
Terminati i quattro interventi, Eloisa Martino ha aperto il dibattito con i relatori e il pubblico, prima dei saluti conclusivi della conferenza.
Quattro contributi differenti, dunque, ma un’unica traiettoria: la qualità di ciò che mangiamo non nasce in un solo momento e non può essere affidata a un unico passaggio. Comincia molto prima del prodotto finito e accompagna la materia prima lungo l’intera filiera, attraverso conoscenza scientifica, conservazione, tecnologia e trasformazione.
Al termine della conferenza e dopo il pranzo, svoltosi in uno dei cortili del Campus del Politecnico, gli ospiti sono stati accompagnati a visitare le officine di Ocrim della sede storica di via Massarotti e di via Riglio.
Ma il venerdì di “Grano, farina e…” non era certamente terminato lì. Anzi.















Una nuova pagina in via Milano
Dopo una mattinata dedicata alla conoscenza, alla terra, al cibo e alla tecnologia, la giornata ha condotto gli ospiti verso la grande novità di questa edizione: la nuova sede Ocrim di via Milano.
Ci sono luoghi che sembrano aver concluso la propria storia e che, invece, conservano ancora la possibilità di scriverne un’altra. È il caso dell’area di via Milano, 21 mila metri quadrati precedentemente occupati dalla fabbrica Umberto Piacenza. Per anni quell’area ha rappresentato la testimonianza di un passato industriale ormai interrotto. Oggi torna ad avere una destinazione e una funzione, accogliendo la nuova sede di Ocrim.
Qui è necessario sottolineare un aspetto che va oltre il semplice recupero di uno spazio. Il nuovo non ha richiesto di cancellare indiscriminatamente ciò che apparteneva al passato. Dove è stato possibile e aveva senso farlo, ciò che era ancora presente ha trovato posto nella nuova vita dell’area. È come se alcune tracce fossero rimaste silenziosamente in attesa di qualcuno disposto a guardarle non come residui di ciò che non esisteva più, ma come elementi ai quali poter restituire un significato.
Ed è in questo scenario che, davanti agli ospiti internazionali di “Grano, farina e…”, venerdì sera si è svolta l’inaugurazione ufficiale della nuova sede.
A dare profondità a quel momento sono state le parole del presidente di Ocrim, Sergio Antolini, lette da Marta Latini, del Dipartimento Marketing di Ocrim. Il suo messaggio ha spostato il significato dell’inaugurazione dal nuovo spazio in sé a ciò che esso rappresenta nel tempo. Aprire una nuova sede significa costruire per il presente, ma anche assumersi la responsabilità di ciò che verrà dopo: ricevere una storia, farla evolvere e creare le condizioni perché possa proseguire nelle mani delle generazioni successive.
Il taglio del nastro ha assunto così il valore simbolico di un legame fra passato e futuro, più che di una separazione fra ciò che c’era prima e ciò che nasce oggi. Una continuità che, nelle parole di Sergio Antolini, non riguarda soltanto gli spazi e l’impresa, ma soprattutto le persone chiamate, nel tempo, a raccoglierne l’eredità e a trasformarla.
È in questa prospettiva che il suo pensiero si è fatto più personale, rivolgendosi al fratello Alberto Antolini e alla continuità familiare:
“Per questo oggi il mio pensiero va ad Alberto, per ciò che ha costruito; ai nostri figli, per ciò che stanno portando avanti; ai nostri nipoti, per ciò che un giorno potranno costruire; e a tutti coloro che, con il loro lavoro, rendono possibile che una storia continui.”
Per l’occasione, uno dei due nuovi capannoni ha assunto per una sera una veste completamente diversa. Il linguaggio industriale della struttura è rimasto riconoscibile, ma gli spazi sono stati reinterpretati per accogliere una cena elegante e raffinata e, allo stesso tempo, creare un’atmosfera il più possibile conviviale e magica. A rendere ancora più suggestiva la serata sono state le esibizioni delle artiste che hanno accompagnato alcuni momenti della cena, trasformando per qualche istante l’atmosfera del capannone. Tra scenografie e performance, la dimensione industriale sembrava lasciare spazio a un mondo sospeso e quasi fiabesco, capace di sorprendere e incantare gli ospiti.
Ed è forse proprio qui che la giornata ha trovato, quasi naturalmente, il suo punto di arrivo.
Più di 250 persone provenienti da oltre 20 Paesi, con lingue, tradizioni e abitudini diverse, si sono ritrovate attorno alla stessa tavola. Una naturale estensione di ciò che era accaduto durante la mattinata: poche ore prima si era parlato del cibo come espressione di identità, cultura e relazione. La sera quei concetti non avevano più bisogno di essere spiegati: stavano semplicemente accadendo.
In un luogo destinato alla produzione e al lavoro, la convivialità ha avvicinato per qualche ora mondi geograficamente lontani, riportando il cibo a una delle sue dimensioni più antiche e universali: lo stare insieme.
Con quella cena, “Grano, farina e…” 2026 aveva concluso soltanto il primo racconto.
Il sabato avrebbe aperto un nuovo capitolo.
To be continued…















